Settembre. Da Guccini ai Green Day, 5 canzoni per celebrare l’ultimo mese d’estate

Canzoni ed estate. Un binomio coltivato in modo naturale, fin dalla nascita della cultura pop. Legato all’esigenza consumistica di dare alle masse in corsa edonista verso le spiagge, parole e musiche “leggerissime” da ascoltare in auto e nei locali notturni. Tormentoni, che se nel secondo Novecento hanno anche prodotto immagini interessanti e indimenticabili, con il tempo hanno finito per riproporre vuote operazioni commerciali. Un genere che ha perso ormai perfino la freschezza di facciata che hanno le buone idee di marketing.

Così, spentosi il clima di effimera effervescenza agostana, settembre è stato per la musica d’autore un mese più libero e fonte d’ispirazioni più profonde. Settembre ha il gusto del tramonto, esalta il sentimento del languore caro ai poeti del decadentismo. Un’aria incerta di passaggio, che inevitabilmente porta a confrontarsi con il tema del futuro. L’estate non è ancora finita ed è un po’ come l’ora blu, amata dai montanari, quando il sole ormai riposa dietro i monti, ma il cielo non è ancora buio.

Porta tutte le famiglie, che si sono sentite un po’ cicale durante le ferie d’agosto, a tornare formiche, a prepararsi all’inverno. L’aria però è dolce, i boschi e i parchi assumono colori fiabeschi, gli odori si fanno più intensi. Gli amori estivi degli adolescenti lasciano il passo alle più durature relazioni scolastiche. Settembre è metafora della maturità della vita. Così anche questo mese, forse senza bollicine, ma dal gusto fresco e pulito, ha avuto tanti cantori e noi abbiamo scelto 5 canzoni indimenticabili.

1. Impressioni di settembre, PFM, 1971

Quando ormai la primavera dei movimenti giovanili (leggi anche l’intervista al ‘68) si è esaurita e lascia spazio al grigiore della violenza e della reazione, una canzone si incarica di esplorare nuovi orizzonti a settembre. Impressioni di settembre è forse la più bella canzone del rock progressive italiano, musiche della Premiata forneria Marconi e parole di Mogol.

Un cult innovativo, che crea un’atmosfera sperimentale fin dalle prime note, per esplodere nel ritornello solo musicale. Merito del Moog, strumento utilizzato per la prima volta in Italia, capace di creare sonorità inedite. Un pezzo senza ritornello cantato, una rivoluzione per le canzoni italiane all’epoca. Mogol nel testo descrive il settembre che addolcisce la campagna, i suoi profumi, i suoi colori. “Già l’odore della terra, odor di grano, sale adagio verso me e la vita nel mio petto batte piano, respiro la nebbia, penso a te”. Un quadro impressionista, appunto, dipinto con pennellate musicali.

Si dice spesso che l’Italia non sia un paese per band. Se davvero fosse così, la PFM sarebbe una assoluta eccezione. Porterà una ventata di novità nel panorama musicale italiano. Otterrà grande successo anche all’estero e negli Usa. Esalterà in un tour indimenticabile le opere di Fabrizio De André. Qualche anno prima, quando il gruppo si chiamava “Quelli”, la band aveva portato sul palco un cantante che poi diventerà un grande protagonista e innovatore della comicità italiana: Teo Teocoli. E nel 1971 ci ha regalato la più bella canzone di sempre per raccontare settembre.

2. Eskimo, Francesco Guccini, 1978

“Questa domenica in settembre, non sarebbe pesata così, l’estate finiva più nature, vent’anni fa o giù di lì”. L’incipit indimenticabile di Eskimo di Francesco Guccini ci immerge in un settembre metaforico. Il settembre della vita, quando la maturità non lascia più spazio ad antiche illusorie glorie e euforie. “Di discussioni, caroselli, eroi quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu”. Qui però il settembre della vita coincide anche con quello della storia. È la presa d’atto della fine della primavera e delle speranze del ’68.

La canzone è tra le più belle del cantautorato italiano. Descrive l’anima di una intera generazione, fotografa i sessantottini e in particolare il movimento bolognese. È quasi impossibile voler raccontare quell’anno, quei sogni e quel clima senza citare questo pezzo immortale. Uno scatto della vita degli studenti bolognesi nell’era della contestazione e dell’effervescenza politica, che porta chiunque l’ascolti, anche nelle generazioni successive, a rivivere quei giorni di protesta e quelle serate di dibattiti, immaginando un mondo nuovo e migliore.

Infine è una delle tante lettere d’amore del modenese Francesco Guccini a Bologna, città che ha ispirato tanti inni dei cantautori italiani. “Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale, credevo che Bologna fosse mia”. Una capitale della storia della musica di questo Paese. Città a cui i fuorisede da tutta Italia ritornano proprio a settembre e che si prende cura delle loro tristezze grazie all’abbraccio materno dei suoi portici.

3. Settembre, Antonello Venditti, 1986

Se Mogol accoglieva settembre con speranza e Guccini con riflessiva rassegnazione, Antonello Venditti invece lo descrive come qualcosa da cui fuggire. “Settembre non ci troverà, coi suoi venti non può, non vincerà”. È la metafora del tempo che corre, della vecchiaia che incombe. Anticipatore con i suoi “venti di pioggia” del tramonto e della fine, evocata spesso nel testo: “Quando la musica pian piano finirà”.

In quale modo il cantautore romano intende sfuggire alle ineluttabili forze dell’inverno? Con l’amore, con l’affetto in una delle canzoni che meglio descrivono il bisogno umano di contatto, di tenerezza, di calore reciproco. “Adesso no, ferma il tuo attimo, stringiti a me per questo secolo”. Ci immerge in una notte fredda e piovosa, in cui una coppia si stringe forte cercando di rassicurare le proprie angosce e ansie.

Ricorda un po’ il tema ottocentesco del titanismo. Il bisogno dell’uomo di lanciare una sfida impossibile alle forze dell’universo. Ribellarsi alla morte e al tempo nella dimensione della finzione artistica. Come i pittori e i poeti del secolo precedente, così anche Venditti lancia la sua sfida alla natura, attraverso un testo vibrante, commovente e un crescendo musicale che si accompagna ad una voce inconfondibile.

4. September morn, Neil Diamond, 1979

Andiamo ora oltreoceano dove grandi pezzi hanno decantato l’autunno e settembre. Uno di questi è di certo September morn di Neil Diamond. Un grande artista americano che alla fine degli anni Settanta regala la perfetta colonna sonora con cui tutto il mondo accompagna la propria vita nelle settimane del primo mese autunnale.

Note ricche di malinconia, un pezzo che sa di classico già dal primo ascolto. Merito anche della voce calda e potente del cantante. Ancora una volta sono le mattine di settembre ad essere decantate. Ossimoro forse perfetto, settembre è il mese della fine della bella stagione, eppure esalta sé stesso proprio nei momenti in cui inizia il giorno.

Il testo è ricco di “Amarcord”. Il protagonista ricorda un amore e giorni felici perduti. “È passato così tanto tempo, quasi non ti riconoscevo, ferma lì sulla porta”. Eppure sono ricordi vivi, che finiscono per prendere il sopravvento. “Mattino di settembre, riesce ancora a farmi sentire in quel modo”. È davvero la magia di settembre, che torna in ogni nota raccontata da questo articolo. Un mese di passaggio, di trasformazione, di cambiamento, una sfumatura del cielo dove il sereno cede a più cupi presagi. Dall’altra parte però si contrappone a questo senso di effimero l’uomo, che ha quasi voglia di congelare questo presente che cede al futuro, di immortalarne l’alba e le notti.

5. Wake Me Up When September Ends, Green Day, 2004

Una delle canzoni più belle e struggenti degli anni Duemila. Irrompono le tematiche sociali nel settembre dei Green Day: “Gli innocenti non possono mai durare”. Il videoclip del 2005 mostra effettivamente immagini legate alla guerra in Iraq. Un ragazzo povero interpretato dal Jamie Bell di Billy Elliott si arruola nei marines e deve lasciare la ragazza, Evan Rachel Wood.

Si colora di tinte davvero dolorose il settembre statunitense in quel decennio. Inizia con gli attentati del 9/11 e con le torri gemelle spazzate via in un giorno che cambierà il mondo intero. È un evento sconvolgente, che porta gli Usa a impegnarsi nella controversa guerra al terrorismo. Molti intellettuali e artisti, tra i quali questa band rock, criticheranno le campagne militari americane dell’era Bush, conclusesi proprio nel 2021 con la disastrosa ritirata di Joe Biden dal territorio afgano (leggi anche l’articolo sul fallimento americano in Afghanistan).

La canzone però non è solo politica, ma anche molto personale. Settembre è la metafora della fine dell’infanzia per Billie Joe (frontman della band), causata nel 1982 da un dolore che lo segnerà per tutta la vita: la morte del padre. Una sofferenza, quella che ha vissuto l’artista a dieci anni, impossibile da accettare anche a distanza di di tanto tempo: “Mentre la mia memoria riposa, ma non dimentica mai ciò che ho perso, svegliami quando settembre è finito”.

Leggi anche l’articolo su Estate e cinema