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Cinquant’anni fa la tragedia dell’Heleanna. Il racconto del poeta, pittore, pescatore Comes

Un naufragio o una tragedia in mare può segnare un Paese, una generazione, un’epoca. Dal Titanic alla Costa Concordia, queste vicende sanguinose sono state, non solo tragedie a cui guardiamo con orrore, ma anche metafore di un’epoca o della sua fine, raccontate da pittori, registi, scrittori. Un Iceberg secondo gli storici mise fine alla Belle Epoque nel 1912 (Titanic), mentre Francesco Schettino con i suoi terribili errori sulla Costa Concordia divenne dieci anni fa la metafora della crisi del Belpaese. Immagini a cui nell’ultimo decennio siamo stati purtroppo abituati, con le tragedie dei migranti che hanno perso la vita nel Mare Nostrum.

Oggi nel 1971 un incidente segnava per sempre la costa adriatica meridionale, rendendo i pescatori e i cittadini di Monopoli (Bari) e del brindisino protagonisti di una pagina terribile, ma anche di grande umanesimo. È l’incendio dell’Heleanna.

Per ricordarlo ne abbiamo parlato con chi quella notte del 28 agosto 1971 c’era e l’ha raccontata con tutti i linguaggi a sua disposizione. Il pittore, poeta, pescatore monopolitano Gianni Comes (foto sotto). Una vita vissuta e immersa nei colori del mare e raccontata da tante opere. Una bottega nel centro storico della città turistica pugliese in via Santa Maria n.3. Memoria intatta che dipinge i suoi ricordi sulla tela della nostra intervista.

Gianni Comes e i suoi quadri
I colori dell’alba e quella tempesta all’orizzonte

«Avevo 17 anni. Ero in mare tra Savelletri e Torre Canne (Fasano, provincia di Brindisi). Eravamo in quattro su quel peschereccio e c’erano altre trentacinque imbarcazioni con noi. Barche piccole rispetto a quelle di oggi e con pochi mezzi, con massimo tre o quattro persone e la maggior parte sprovviste di radio. Era notte e il mare era calmo. Il vento era appena, appena accennato. Un’ora dopo che avevamo gettato le reti, l’alba era ‘attinente’ – stava arrivando -. E da nero il cielo già assumeva colori diversi, il rosso del nuovo mattino nascente. Nell’orizzonte però si componevano alcune nuvole che annunciavano una bella strigliata – un temporale -. Noi le chiamiamo ‘sperlecchije’, portatrici di vento e tempesta».

Ha un modo di parlare poetico Gianni, una lingua che non è di terraferma, arcaica. È l’idioma della gente di mare che dialoga e anima gli elementi della natura.

Il fuoco e il mare

Lontano però si vedeva qualcosa di estraneo alla natura. «Un grande ‘pennacchio’ di fumo nero», una colonna si elevava verso il cielo. «Tra i pescatori si iniziava a vociferare che qualcosa era accaduto. Un elicottero si era alzato in volo, non ricordo se da Bari o Brindisi, e si dirigeva verso il fumo, al largo da Savelletri. Dopo un’ora i pescherecci proprio da Savelletri iniziavano a dirigersi verso quel fumo nero. Era scattato l’allarme, una nave greca stava andando a fuoco, la gente per mettersi in salvo aveva iniziato a buttarsi in mare. Anche un gruppo di barche di Monopoli, più a largo, si è diretta verso il fuoco».

Il mare però nel frattempo era cambiato. Vento forza sei. «Il cielo aveva parlato bene a chi conosce il linguaggio della natura. La tempesta temuta era arrivata. I colori erano ritornati bui. Mentre le imbarcazioni si dirigevano con difficoltà verso Monopoli, con i primi naufraghi, noi che eravamo più vicini alla costa, provavamo a dirigerci verso il traghetto della tragedia. La tempesta ora era tra forza sei e sette, le onde sembravano aggredire la barca e non riuscimmo ad arrivare all’Heleanna. Altri pescherecci di Monopoli non potendo più tornare a casa, colmi di disperati, ora decidevano di dirigersi verso Brindisi. Il rischio di affondare era altissimo».

All’epoca i pescherecci erano più piccoli. Sedici, quindici metri, con parapetti bassissimi. «Nonostante questo, i pescherecci sono riusciti a far salire a bordo e trarre in salvo decine di persone».

Il più grande traghetto del mondo

L’Heleanna era una petroliera trasformata in una nave passeggeri, il più grande traghetto del mondo dicevano all’epoca. Viaggiava sulla rotta Ancona-Patrasso, in barba ad ogni norma di sicurezza: «Ricordo la descrizione degli altri pescatori, quelli che erano riusciti ad avvicinarsi alla nave. Gli argani delle scialuppe bloccati, mentre dall’imbarcazione cadevano pezzi di legno, vernice. La gente si buttava disperata in acqua, per fuggire dalle fiamme e trovava la rabbia delle onde».

La nave era troppo carica di gente, 1174 persone almeno. «Inoltre – spiega l’intervistato – il comandante avrebbe potuto tentare facilmente di raggiungere la riva, ma si allontanò. Così in acque internazionali sperava di sfuggire alla legge italiana».

Si parla di più di quaranta vittime. In realtà potrebbero essere molte di più, perché oltre a greci, italiani e francesi, c’erano clandestini e non si sa quanti fossero.

A Monopoli

A Brindisi arrivarono più di 600 persone, a Bari quasi 200, a Monopoli più di 300 e tra queste ultime 9 persone morirono. «Grande fu la mobilitazione a Monopoli – racconta Comes -. La gente si riversò al porto, mentre i naufraghi venivano soccorsi e portati all’ospedale. Ci fu una grande organizzazione. Vedere tutta quella sofferenza, quella gente zuppa, ferita, stanca… Una scena che non dimenticherò mai…»

La città, insieme a Brindisi, verrà insignita della medaglia d’argento dal presidente Giovanni Leone. «La mia cooperativa di pescatori – aggiunge Gianni –, chiamata “Fra Pescatori” fu insignita della medaglia d’oro. Purtroppo oggi quella medaglia non la possiamo più esporre. Durante il mio periodo di vicepresidenza fu rubata. Un gesto imperdonabile. Invece al porto di Monopoli, sulle pareti medievali del castello, c’è una targa, un rilievo che racconta quell’evento. È la seconda. La prima targa era stata consumata velocemente dalla salsedine e abbiamo dovuto chiedere a gran voce alle istituzioni che fosse sostituita per non far cadere nell’oblio quella vicenda».

Il racconto artistico
La bottega di Gianni Comes a Monopoli

E per ricordare quell’evento Gianni Comes ha usato tutte le sue abilità artistiche. La ha immortalata attraverso pennellate e versi. Colori che sembrano parole e frasi che ondeggiano come il mare nello sguardo di chi le legge. Lo ha fatto molti anni dopo quel ‘28 agosto 1971 attraverso un quadro nel 2001 (foto in evidenza), che esprime con potenza la violenza di quell’episodio, attraverso colori cupi, tratti che sembrano lividi impressi nel paesaggio. Qui riportiamo anche la poesia che nel 2011 il pescatore ha dedicato a quella tragedia:

Le fiamme scrostavano le fiancate della nave

Il fumo nero avvolgeva lo scafo.

Scialuppe imbrigliate sui fianchi.

Lingue di fuoco avvolgevano la tolda.

Passeggeri si ammassavano sul castello di prora

Grida di panico si udivano nel vuoto.

Fuggivano sulla prora e attendevano il destino.

Sulle onde oscure una minuscola barca,

stracolma di gente, sbandava sulla dritta.

Un’onda scrollò lo scafo che rollò su se stesso

Le mani afferravano le gomene salvifiche.

Sul mare la morte camminava con i naufraghi,

gli angeli del mare allontanavano le cupe ombre.

La lezione del mare

Perché è importante ricordarsi del 28 agosto 1971? «Perché si è parlato di eroismo, ma non credo si debba usare questa espressione. Io parlo della ‘Legge del mare’. Se vedi qualcuno in difficoltà in balia delle onde, non puoi fare altro, devi aiutarlo». Una storia che ha insegnato tanto al pescatore monopolitano: «Avere rispetto per l’umanità, ma anche rispetto per il mare, che noi maltrattiamo e inquiniamo, di cui sottovalutiamo la potenza, la forza.  Mettere da parte gli egoismi. Prestare massima attenzione per assicurare la sicurezza tua e degli altri. Quando sei in mare devi rispettare quella natura indomabile e imparare ad interpretarla, coglierne i segnali».

Tante volte, quando altre navi sono andate incontro a eventi simili, per Gianni era quasi impossibile non ritornare con il pensiero a quel mattino. Riportandolo all’attualità, gli chiedo cosa ne pensa delle tragedie dei migranti. «La risposta te la faccio vedere», sorride. Prende una sua opera del 2004 (foto accanto) e me la mostra: «Qui c’è tutto. C’è il migrante che chiede aiuto e non ha volto, non è importante chi sia. È la metafora della debolezza, della fame e della difficoltà. Il pescatore ha saputo rispondere a quella chiamata. Sullo sfondo la minaccia, queste nuvole infuocate che sembrano portare sventura. La soluzione sono le vele, l’umanità. Sull’orizzonte dunque vibra una domanda, nello sguardo di chi si sofferma sul dipinto, ognuno di noi saprà essere all’altezza della chiamata? Saprà rispondere all’emergenza?»

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