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Da Pasolini a De André, la Passione di Cristo per credenti e atei

In questi giorni il mondo cattolico celebra i riti legati alla Passione di Cristo. È la rievocazione di una vicenda che tutti conosciamo, ma che, a volte, continua ad essere fonte d’ispirazione e non solo per i credenti. Perché figure come Pier Paolo Pasolini, Fabrizio De André o Alda Merini hanno deciso di confrontarsi con questo racconto? 

“Non possiamo non dirci cristiani”, diceva il filosofo Benedetto Croce. La nostra cultura europea e in particolare italiana è fortemente intrisa da quella che il pensatore liberale definiva la rivoluzione cristiana. La “setta” che spaventò l’Impero romano ha sicuramente ottenuto una vittoria storica, che valica i confini stessi della fede.

Il nostro modo di pensare rimarrà per sempre segnato dalla cultura giudaico-cristiana, anche se oggi la religione dei consumi e dell’edonismo ha soppiantato le altre fedi. Ne è prova la nostra stessa concezione della storia, che ha superato l’antica idea ciclica basata sull’eterno susseguirsi delle stagioni, ed è dominata dalla tensione verso il progresso, la terra promessa, un mondo più giusto o il paradiso. Il messianesimo domina la nostra esistenza, sia nel mondo della politica, che in quello della scienza, della tecnologia e dell’economia.

I simboli del cristianesimo inoltre e la storia raccontata dai Vangeli sono potentissime fonti di ispirazione, non solo per i credenti, ma anche per gli artisti che vollero reinterpretarle per raccontare la società, le ingiustizie, l’uomo. I più grandi artisti italiani del Novecento credenti o atei, si sono confrontati con il messaggio evangelico, attualizzandolo, reinterpretandolo, riportandolo ad una più umana dimensione.

Per questo abbiamo deciso di viaggiare nelle immagini e nei suoni con cui gli artisti hanno dato una nuova interpretazione alla vicenda di Gesù. Un film, una commedia, un dipinto, un libro di poesie e un disco ci accompagneranno in questo percorso.

1. Il Vangelo secondo Matteo, il film, Pier Paolo Pasolini, 1964
Il Gesù di Pasolini interpretato da Enrique Irazoqui Levi

“Il miglior film su Cristo, per me, è Il Vangelo secondo Matteo, di Pasolini”, Martin Scorsese

Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini è sicuramente uno dei più alti capolavori artistici che abbiano raccontato e rappresentato la vita di Cristo. Paragonabile per importanza e potenza alle tele dei grandi pittori italiani.

È una grande intuizione di un grande intellettuale. Gli anni Cinquanta erano stati un periodo dominato dai kolossal a tema religioso, produzioni gigantesche, con grandi attori e molto costose e sfarzose. Pasolini racconta il “suo” Vangelo invece, attraverso attori non professionisti, come nella tradizione neorealista italiana alla quale rimarrà fedele per sempre.

La vicenda di Cristo è immersa in un mosaico di volti, simbolo di una umanità povera, ma ricca di dignità. Il messaggio evangelico torna a parlare attraverso gli umili, cioè coloro a cui è rivolto. Il suo Gesù è interpretato da un giovane studente anti-franchista spagnolo, Enrique Irazoqui Levi.

Malgrado le iniziali accuse e incomprensioni, oggi anche la stampa cattolica celebra la pellicola pasoliniana. L’Osservatore Romano l’ha definita la più bella pellicola su Gesù di tutti i tempi.

Felice sarà anche la decisione di ambientare questa storia a Matera. Un palcoscenico davvero ideale. Scelta poi imitata dal cinema americano per il kolossal di Mel Gibson “La passione di Cristo”. Inizia così, grazie anche al genio di PPP, quel percorso di rinascita che porterà la città lucana a divenire capitale europea della cultura nel 2019.

2. Il ladrone, la commedia, Pasquale Festa Campanile, 1980
Scena da “Il ladrone”

“Hai fatto i tuoi sbagli. La politica per esempio. A discutere con i preti ci si rimette sempre”.

Dopo il grande cinema di Pier Paolo Pasolini, continuiamo il nostro viaggio attraverso una commedia. Il Ladrone di Pasquale Festa Campanile esce nelle sale nel 1980, anno in cui il suo protagonista, Enrico Montesano, vince un David di Donatello speciale. Il film, che non sfugge ad alcune estetiche tipiche della commedia degli anni ’70 e ’80, racconta la storia della predicazione di Cristo umanizzandola. Lo fa attraverso il racconto della vita del buon ladrone, Caleb. Ad interpretarlo è una delle maschere principali della commedia italiana e della romanità, Montesano, che sarà anche europarlamentare del Pds negli anni Novanta. La sua recitazione genera una naturale simpatia.

Non ci sono lanci mistici, solo il racconto di un uomo libero e semplice la cui vita si intreccia con la figura di Cristo, per il quale prova scetticismo, ma anche umana pietà e rispetto. Un confronto continuo a cui non si può sfuggire, simbolo dell’uomo comune che mentre consuma la sua vita e i suoi peccati, è costretto, anche in modo incidentale, a interrogarsi sul Sacro e su Dio. Un uomo che difenderà alla fine Gesù dagli scherni, nel momento della massima sofferenza, ma con una battuta nel finale confermerà tutto il suo scetticismo verso quel Regno dei cieli evocato dal suo compagno di sofferenze.

3. Crocifissione, il dipinto, Renato Guttuso, 1941

Il pittore siciliano donerà forse al Novecento l’immagine più bella per raccontare la Passione. Renato Guttuso dipinge la Crocifissione in piena Seconda guerra mondiale ed è forse per questo che la sua immagine cattura la sofferenza come poche altre.

La composizione è innovativa. Gesù ha il volto in parte coperto da uno dei ladroni di spalle rispetto allo spettatore. Nello spazio si sente l’influsso di Guernica di Picasso. La lezione della modernità lo porta ad indagare la scena da un punto di vista e un’angolazione nuovi, lontani dalla tradizione della classicità. I colori e i contrasti emergono con forza, comunicando la drammaticità della scena.

4. Poema della croce, il libro, Alda Merini, 2004

“Ecco il Padre amorevole

che corre in aiuto del Figlio

e squarcia tutte le nuvole

e fa piovere dal cielo

quella manciata di rose

 che noi umani chiamiamo cristianesimo”

In principio era il Verbo, scrive Giovanni per introdurci al suo Vangelo. E noi ora vogliamo concludere il nostro viaggio, passando dalla potenza delle immagini alla forza della parola. Lo faremo attraverso la musica dei versi di Alda Merini e la poesia delle canzoni di Fabrizio De André

La più grande poetessa del Novecento incontra il tema della crocifissione con questa bellissima opera. La Merini ha conosciuto da vicino la sofferenza in manicomio. Per questo decide di confrontarsi con la sua rappresentazione più diffusa e potente: la Crocifissione.

Nei versi che abbiamo scelto qui sopra, la sofferenza viene accettata, non come caduta, ma come momento di trionfo e di luce. Il male viene sconfitto, proprio quando con il compimento del massimo dolore, sembrerebbe trionfare. Uno scacco matto alle tenebre. Alda Merini esprime attraverso le parole profane, profondissimi concetti teologici, riportandoli nella carne quotidiana della vita, attraverso la sua sensibilità e la forza ribelle di una grande donna del Novecento:

“Ed ecco il teatro magnifico della crocifissione,

in cui Dio crocifigge il Figlio

e lo dimostra a tutti”

5. La buona novella, il disco, Fabrizio De André, 1970

“La Buona Novella era un’allegoria. Un paragone tra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, dal punto di vista spirituale più elevate, ma dal punto di vista etico-sociale molto simili, che un signore, 1969 anni prima, aveva portato contro gli abusi del potere e i soprusi dell’autorità. In nome di un egalitarismo e di una fratellanza universale. Si chiamava Gesù di Nazareth ed è stato e rimane il più grande rivoluzionario della storia”.

Così Fabrizio De André in un concerto raccontava la genesi di una delle sue opere più amate. In molti criticavano e consideravano anacronistico il progetto musicale che Faber propose nel 1970, dimostrando una scarsa conoscenza del pensiero del cantautore genovese. De André non era credente, tuttavia non mancherà di fare spesso riferimento nei suoi testi, fin dagli inizi della sua carriera poetica, a immagini legate alla vicenda di Gesù, che l’artista genovese considerava un anarchico.

In particolare pietra miliare della canzone d’autore italiana è Il testamento di Tito. Protagonista è ancora una volta il buon ladrone. È un’analisi dei Dieci comandamenti che ne mette in evidenza le contraddizioni e il carattere alienante. Qui si sintetizza il pensiero anarchico di De André che rifiuta la legge, ma salva il concetto del perdono e dell’amore, mettendo in evidenza anche la portata rivoluzionaria e innovativa della predicazione di Cristo, rispetto alla tradizione dell’Antico Testamento.

La canzone è tutt’altro che morbida, genera scandalo con la forza delle sue provocazioni e delle sue immagini crude e dirette. “Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano”. “Guardate la fine di quel nazzareno, e un ladro non muore di meno”. “Nei letti degli altri già caldi d’amore, non ho provato dolore”. Per poi esaltare con un verso, l’unica vera legge in cui il poeta si riconosce e che avrebbe qualche anno più tardi applicato, perdonando i carcerieri del suo sequestro in Sardegna nel 1979: “Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore, nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore