Dagli anni Trenta al Rinascimento azzurro, storia della Nazionale e della società

Oggi ritorna la Nazionale. Sarà Italia-Spagna. La squadra di Roberto Mancini è a caccia di un altro trofeo (dopo le glorie estive), la Nations League. Una coppa non certo suggestiva come quella alzata a Wembley a luglio o come quella che l’Italia ha issato al cielo quattro volte al grido: “Campioni del mondo!”. Sarà però un tentativo di dare altri giorni di gloria allo sport italiano dopo il Rinascimento azzurro. Dopo l’estate sportiva più emozionante di sempre che ci sta proiettando in un futuro con qualche speranza, forse illusoria, in più, dopo gli anni della crisi economica e della orribile pandemia.

Ventuno è stato molto attento fin dall’inizio a raccontare queste storie sportive, viaggiando tra presente, passato e futuro. Questo perché in particolare nel calcio, una vittoria o una sconfitta non è mai solamente relegabile al mondo sportivo, ma si fa metafora della rinascita o della crisi di un paese, a volte fonte di ispirazione per la società. Lo stadio, Duomo moderno, è come i monumenti del passato, un luogo in cui una comunità si racconta e si rispecchia.

Il rapporto controverso tra Mussolini e il calcio
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L’Italia degli anni Trenta

Il calcio era un gioco poco amato da Benito Mussolini. Una tradizione inglese, quindi poco gradita agli occhi del dittatore. Il duce tenta perfino di sostituirlo nei cuori degli italiani con la “volata”, che doveva essere uno sport più tipicamente italico. Fortunatamente però il calcio è riuscito a resistere perfino alle logiche di regime, il quale ha dovuto alla fine adottarlo e usarlo.

La più vincente nazionale di tutti i tempi è proprio quella degli anni Trenta che compie un’impresa poi riuscita solo al Brasile: vince due Mondiali di fila nel 1934 e 1938. Si conta anche il successo olimpico del 1936 e, anche se spesso le dimentichiamo, due coppe Internazionali (edizioni 1927-30; 1933-35), torneo che riuniva tutte le grandi nazionali europee dell’epoca. Così l’11 nazionale finisce per diventare lo specchio dei sogni di egemonia e volontà di potenza dell’Italia delle camice nere.

Il vestito nero cucito sulle prime vittorie italiane

All’epoca le grandi rivali dell’Italia, unica potenza calcistica che ha mantenuto continuità fino ad oggi, sono da rintracciarsi nella Mitteleuropa e in particolare nei paesi nati dalla disgregazione dell’Impero austro-ungarico. In assenza dell’Inghilterra, che non partecipava ai grandi tornei internazionali e che ha battuto l’Italia nello storico match dei “Leoni di Wembly” (leggi anche Italia, tutte le imprese di Inghilterra). Si trattava di partite molto sentite, contro un vecchio nemico affrontato in quattro conflitti, reincarnatosi nelle nazionali cecoslovacche, austriache e ungheresi, tutte battute nelle storiche finali di quegli anni.

L’Italia di quel periodo è una squadra forte, che vantava fenomeni dell’epoca come Beppe Meazza, il due volte campione del mondo che ha reso celebre l’arte di dribblare il portiere. C’era Silvio Piola, tutt’ora il più grande marcatore del campionato italiano e Angelo Schiavio, colui che più ha segnato con la maglia del Bologna. Mitico allenatore era invece Vittorio Pozzo.

Non mancano però le critiche feroci per i favori arbitrali del 1934 all’Italia che ospita il torneo e si parlerà di vittoria del regime, un po’ come poi sarebbe successo in Argentina nel ‘78. Quattro anni dopo, ai mondiali del 1938, viene investita nuovamente dalle critiche una compagine che sfilava in maglia nera e rispondeva alle frasi antifasciste dei tifosi francesi con il saluto romano. Qui però l’Italia sportivamente ottiene dei risultati meno contestabili, diventando la prima squadra a vincere un mondiale fuoricasa, nella Francia poi divenuta una nostra rivale storica.

La Dolce vita continua sui campi da calcio
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Il goal di Pietro Anastasi nella finale del 1968

Malgrado l’Italia voli tra gli anni Cinquanta e Sessanta economicamente e culturalmente, il calcio proprio non decolla. Si ritorna a vincere in casa e con fatica solo all’Europeo del 1968 (leggi anche Italia e Europei). Si ritorna con un football difensivista e con nuovi miti. Gigi Riva, il più grande marcatore della storia azzurra, soprannominato Rombo di Tuono da Gianni Brera. Lui segnerà il primo dei due goal nella finale europea ripetuta contro la Jugoslavia, seguito da un vero capolavoro firmato da Pietro Anastasi. Mancava in quella partita il pallone d’oro, il fantasista Gianni Rivera, che sarà poi fondamentale nei mondiali del 1970, quando suo malgrado diventa protagonista di una “staffetta” contestatissima con il rivale Neroazzurro Sandro Mazzola.

Quel trionfo europeo e soprattutto il successivo mondiale, anche se perso in finale contro il Brasile di Pelé, è un po’ il proseguimento sportivo di quei sogni che l’Italia aveva vissuto nel periodo del boom economico. Giorni di grandi cambiamenti che iniziavano a trasformarsi nell’incubo dei violenti anni Settanta. L’Italia che si riscopre divisa politicamente, che sta conoscendo un periodo prima di contestazioni e quindi di repressioni e di violenza, cerca una fuga, una boccata d’ossigeno. La trova nel calcio dove la nazionale non delude più.

Gli italiani festeggiano il trionfo europeo, ma ancor di più la semifinale contro la Germania vinta in Messico per 4 a 3, in quella che gli storici definiranno la “partita del Secolo”. Un match combattutissimo contro l’altra grande d’Europa, in cui si confrontano due paesi che ancora non hanno dimenticato del tutto i rancori della guerra, nonostante la Comunità europea, la migrazione degli italiani e il turismo tedesco in Riviera. Un’altalena di emozioni nei tempi supplementari che tiene con il fiato sospeso il mondo, fino alla rete risolutiva di Rivera.

La fine degli anni di Piombo e il 1982
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L’esultanza di Tardelli dopo il goal alla Germania

Ne abbiamo già parlato (leggi quelle vittorie che hanno cambiato una comunità e 160 anni d’Italia unita). Se si vuole raccontare l’Italia sportiva e no degli ultimi quarant’anni è impossibile non citare il più importante trionfo calcistico della storia nostrana. Il più grande perché riporta gli azzurri a vincere nel mondo dopo 44 anni. Il più grande perché gli italiani battono tre rivali storiche in match bellissimi: Argentina, Brasile e Germania. Le squadre più forti della storia del calcio, guidate da alcuni giocatori leggendari come Maradona, Zico e Rummenigge. Un torneo che porta l’Italia a vincere tre titoli mondiali, come l’ingordo Brasile, che sembrava di un altro pianeta.

È storia perché è condito da immagini indimenticabili, il goal di Tardelli e il suo urlo immortalato dalle telecamere e dai fotografi. Scrive Gianni Brera: “Il gol di Tardelli è quanto di più elegante si sia visto da queste parti, voglio dire in una finale di un campionato del mondo che toglie fantasia anche ai poeti e santità di propositi ai santi”. È storia come l’immagine del presidente partigiano Sandro Pertini che festeggia, poi gioca a carte sull’aereo presidenziale con alcuni protagonisti di quel trionfo e si infuria. È storia come la tripletta di Paolo Rossi al Brasile. Come Enzo Bearzot che viene issato in cielo dai suoi giocatori. Come quel 3 a 1 rotondo inflitto ai tedeschi, malgrado un rigore fallito. L’ultimo successo del Belpaese nel football, senza bisogno di calci di rigore.

È importante per il significato storico che assume. È la rinascita e la riunificazione di un Paese che riscopre un clima di festa e di gioia dopo gli anni bui della violenza (leggi anche l’intervista al ’68 e Movimenti giovanili e droga). È l’inizio degli anni Ottanta, un periodo forse troppo idealizzato, in cui esplode l’edonismo, le tv commerciali, la moda di Milano, ma anche il problema della criminalità organizzata, del debito pubblico e della corruzione.

Tangentopoli, l’Italia di Sacchi e la salvaladri
Il goal di Roberto Baggio contro la Bulgaria

La fortissima nazionale di inizio anni Novanta non riuscirà a vincere nel torneo organizzato in casa. E neppure a qualificarsi all’Europeo del 1992. Quello in cui trionfa l’incredibile Danimarca, in una epopea raccontata perfino dal cinema: “Estate ‘92”. Così gli italiani orfani delle prodezze di Walter Zenga, Totò Schillaci e Roby Baggio, che avevano fatto emozionare la Penisola e le isole due anni prima, non hanno distrazioni nell’estate più calda della storia della Repubblica. Giorni bollenti che portano alla fine della Prima repubblica abbattuta dalla tempesta Tangentopoli, ma anche dalle bombe della mafia.

Due anni dopo invece Roberto Baggio (leggi anche l’articolo sul Raffaello del calcio) e Arrigo Sacchi con fatica portano l’Italia alla finalissima con il Brasile. Baggio sembra il Maradona che trascinava l’Argentina otto anni prima alla conquista della coppa. Sappiamo come è andata a finire. Non possiamo dimenticare però anche l’uso che ha cercato di farne la politica di quel clima di distrazione e felicità che accompagna il mondiale di football, pardon, di soccer d’Oltreatlantico.

È in quei giorni che il governo Berlusconi prepara un decreto ribattezzato dai critici “salvaladri”. Una norma che avrebbe avuto gravi conseguenze sulle inchieste di Mani Pulite. È stato emanato il 14 luglio, tre giorni prima della finale in cui Baggio sbaglierà il fatidico rigore. Poi le voci di critica si innalzano, le proteste si affastellano, il decreto è stato il primo vero iceberg politico di Silvio Berlusconi ed è stato tra le ragioni della crisi del suo primo governo.

Calciopoli e la vittoria del 2006
Fabio Grosso poco prima del rigore decisivo

Più che di immagini il mondiale del 2006 è fatto di suoni, di canzoni, di parole indimenticabili. Dal coro po-po-po nazionale, alle parole del mediano Gennaro Gattuso un po’ ebbro in una intervista a fine partita; alla canzone di Checco Zalone “Siamo una squadra fortissimi” (leggi anche da Totò a Zalone) che scherza sull’era Calciopoli; fino a Marco Civoli che annuncia “il cielo è azzurro sopra Berlino” (leggi anche articolo sui Millennials). E c’è un’altra frase ripetuta sempre e ancor di più da allora: Gli italiani danno il meglio di sé nelle difficoltà.

E sì perché il calcio italiano è stato, come agli inizi degli anni Ottanta, travolto da poco da una tempesta giudiziaria. È Calciopoli, un sistema che avrebbe favorito alcune squadre, in particolare la “Vecchia signora” e in misura minore altri club. La Juventus dovrà retrocedere in serie B, molti campioni scelgono di andare a giocare all’estero come il futuro Pallone d’oro Fabio Cannavaro, altri di giocare nella serie cadetta come Gianluigi Buffon e Alessandro Del Piero. Una nazionale che non aveva trionfato nelle ultime quattro edizioni, pur da grande favorita, poteva riconquistare gli italiani? Avrebbe potuto dare il meglio di sé nel momento di massima pressione psicologica e di difficoltà? Sì, l’Italia vince, batte ancora una volta i tedeschi e poi si prende una bella rivincita contro i francesi, che l’avevano beffata nel 1998 e nel 2000.

Anche qui qualcuno tenta di utilizzare il calcio e dargli un significato strumentale. L’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella chiede apertamente che nel processo per i reati di Calciopoli si tenga conto della vittoria a Berlino. Se lo scandalo più importante della storia sportiva italiana ha disvelato quanto ormai il Paese fosse corrotto a tutti i livelli, emerge in modo strisciante la voglia da parte di alcuni settori della penisola di difendere quel sistema, perché alla fine funziona. Dire magari: l’Italia è così, ma va bene lo stesso, perché infondo vinciamo. Idee che saranno sconfessate dalla lunga crisi economica, politica e sportiva degli anni Dieci.

Balotelli contro la Germania

L’Europeo del 2012 non sarà mai ricordato con particolare trasporto. L’Italia arriverà in finale, ma verrà umiliata dalla Spagna del Tiki Taka per 4 a 0. Tuttavia non si può dimenticare l’impresa che precede quel tonfo. Ovvero l’ultima grande vittoria contro la Germania. Una vittoria scolpita dal talento maledetto di due cattivi ragazzi. Antonio Cassano che ubriaca la difesa tedesca e mette il cross perfetto per il numero 9 azzurro. E Mario Balotelli che di testa trasforma l’intuizione del giocatore barese e poi segna un goal straordinario all’incrocio dei pali.

Italia-Germania non è mai un confronto banale, anzi. È una partita che si carica di grandi significati. Qui un’Italia non certo considerata imbattibile piega e risparmia l’umiliazione, sbagliando l’impossibile, ad una compagine tedesca che solo due anni dopo batterà per 7 a 1 il Brasile in casa e conquisterà il tetto del mondo. Nel torneo del 2012 invece il risultato finale, 2 a 1, sembra fin troppo stretto per una nazionale azzurra che aveva dominato tutta la gara.

L’Italia intera non ha dubbi sul senso sociale e internazionale che la vittoria assume. Uno schiaffo all’austerity. Una punizione per la cancelliera Angela Merkel che avrebbe imposto all’Europa misure economiche che avrebbero finito per impoverire il Belpaese. C’è tanta semplificazione e populismo, ma è una lettura che dai giornali, alla politica impazzerà per diversi anni. Almeno fino a Euro2016, quando la Germania ai rigori batte gli italiani nei quarti di finale, prendendosi una rivincita attesa mezzo secolo.

L’Apocalisse e il Rinascimento
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Gli azzurri che hanno trionfato nel 2021

Non solo le vittorie, anche le sconfitte della nazionale divengono auspici malauguranti e metafore della condizione sociale del Paese. La mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale del 2018, non rimane relegata al campo quel 13 novembre 2017. Diventa la prova di un paese in profonda crisi, invecchiato, che ha bisogno di rinnovarsi. Gli italiani qualche mese dopo faranno valere questo bisogno di cambiamento nelle urne, dove il M5S e la Lega otterranno un grande successo.

È l’Apocalisse calcistica ed è una piccola delusione se confrontata ai disastri di quel periodo storico. La crisi economica e l’orrida pandemia devastano il Paese lungo un decennio buio e avaro di bellezza. È proprio dallo sport e dal calcio che inizia la rinascita quest’estate, con la vittoria all’Europeo degli Azzurri. Un trionfo che mancava dal lontano 1968.

Una vittoria a cui non possiamo guardare ancora con il dovuto distacco, ma che sicuramente ha già maturato significati metasportivi, immersa nel contesto di altri ineguagliabili risultati (leggi anche l’Italia sta cambiando? e la migliore estate sportiva di sempre). Di certo è stata densa di significato la vittoria a Wembley contro gli inglesi padroni di casa, che speravano di farne un trionfo della Brexit e della Sterlina, in un clima di neonazionalismo post-imperiale per i Britannici.

Non è mancato anche il tentativo di intestare la vittoria al premier Mario Draghi. Il vero eroe di questa storia è però del c.t. Roberto Mancini (leggi anche l’articolo di Stefano Chiarelli sull’allenatore) e il merito del carattere di ferro del popolo italiano, sempre capace di reagire alle difficoltà. Così attendiamo la difficile partita di questa sera, sperando di prolungare i nostri successi e farne un viatico per l’affermazione non certo di un modello di governo neoliberista, come quello presieduto dall’ex banchiere, ma dell’Italia che verrà.

Leggi anche l’articolo sulla vittoria di Wembley